giovedì 1 maggio 2008

La stupidità del mondo

E' il vizio insano di chi è incapace di accontentarsi davanti a quella che può essere l'apparenza delle cose, l'incapacità di continuare a vivere senza farsi domande su fatti che per ognuno di noi hanno un risposta dataci da sempre, dai genitori o chi per loro.

E' il dolore immenso di qualche cosa che si è sempre sentito dentro alla parte più intima di noi, ma che molti, la maggioranza, ha sempre cercato di nascondere, più a loro stessi che agli altri.

E' con questi tremendi pesi che la vita di X si svolgeva ormai da parecchi anni.

Nessuno dei suoi conoscenti lo capiva. Era ormai giudicato come un povere scemo, persino dalla sua famiglia.

Per il vizio di cui parlavamo, X , arrivava soffrendo a mettere in discussione ogni cosa. Dal sapore del cibo all'esistenza di un Dio sopra alle nostre teste.

E lui, beh lui non stava di certo bene. Si rendeva conto della sua situazione senza sbocchi e, nei momenti di maggiore sconforto, urlava contro se stesso, contro il giorno in cui tutto quello che lo circondava non gli bastò più.

Si accorgeva che quello che sapeva non era veramente suo, che non lo era mai stato poiché derivava da certezze inculcategli nella mente da anni di “serene cavalcate” diritte, senza deviazioni.Così soffriva, spesso in silenzio, perché nessuno lo capiva o perché tutti avevano una fottuta paura di capirlo veramente.

Era uscito probabilmente da quelli che erano gli schemi di una vita costruita nel nome di una consolazione totale. Anche se spesso ci provava, non riusciva a rimettersi in riga.

Gli avevano insegnato le difficoltà della vita, e la vita gli aveva insegnato il peggio. Gli avevano dato un grande Dio consolatore per superarle.Con un Paradiso per i buoni ed un Inferno per i cattivi. Nel fondo dell'anima, ora, si sentiva sempre più vicino all'inferno, incapace di vedere la vita come quella strada diritta alla fine della quale coloro che lui ora considerava ciechi, solo loro avrebbero avuto la giusta, meritata ricompensa.

Sentiva dentro di lui il dolore dell'esistenza ma alla parte di se stesso che lo spingeva verso un gesto definitivo rispondeva seccamente che le sofferenze del suo spirito, le infinite domande, lo facevano sentire finalmente vivo.

Ora viveva senza illusioni.

Viveva però con più vigore e forza di centomila altri messi assieme. Uccidersi sarebbe stato un atto di viltà. Vivendo si sentiva grande, un eroe, che combatteva contro la possibile stupidità del mondo.

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